Vedere non significa capire

7 luglio 2026

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Segni antichi e pittogrammi contemporanei attraversano lo spazio verso una testa umana stilizzata

In breve

Un segno non comunica perché esiste: comunica quando il suo significato arriva, resta chiaro e permette a una persona di agire.

Informare non significa comunicare

C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra informare e comunicare.

L’informazione può esistere anche da sola. È un dato, un segnale, una traccia, una forma organizzata che contiene qualcosa.

Un numero su uno schermo. Un’icona in un’interfaccia. Una parola scritta su un cartello. Un colore associato a uno stato.

Molto prima delle interfacce digitali, abbiamo sempre cercato modi per far viaggiare significati attraverso forme visibili. Le pitture rupestri, i geroglifici, i simboli rituali o pubblici avevano già questo ruolo: comunicare qualcosa in modo semplice, riconoscibile, spesso senza passare dalla scrittura come la intendiamo oggi.

Non erano “icone” nel senso moderno, ma affrontavano lo stesso problema: rendere un significato leggibile a qualcun altro.

Pittura rupestre di un cavallo nelle grotte di Lascaux

Cavallo nelle grotte di Lascaux. Immagine da Wikimedia Commons, public domain.

Dettaglio di geroglifici egizi al British Museum

Geroglifici egizi al British Museum. Foto di Jon Sullivan da Wikimedia Commons, public domain.

Tutto questo può essere corretto, visibile, ordinato.

Eppure può non comunicare.

Informare significa produrre un segno. Comunicare significa far arrivare un significato.

La comunicazione inizia solo quando quell’informazione attraversa una distanza.

Per me questa non è una riflessione nata solo davanti a un’interfaccia.

È nata anche guardando Lisa.

Lisa ha bisogno della CAA, la Comunicazione Aumentativa e Alternativa. In inglese si chiama AAC, Augmentative and Alternative Communication. Significa usare strumenti, gesti, immagini, simboli, tabelle, dispositivi o app per sostenere o sostituire il linguaggio parlato quando la parola non basta, non arriva, o non è disponibile.

Quando una persona comunica attraverso un pittogramma, il problema del significato smette di essere teorico.

Quel segno deve reggere il peso di un bisogno, di una scelta, di un desiderio. Deve essere abbastanza chiaro da permettere a qualcuno di dire qualcosa di sé.

io

voglio

bere

aiuto

Esempio semplificato di sequenza CAA: i pittogrammi diventano parole possibili, scelte, bisogni.Pittogrammi: Sergio Palao / ARASAAC, proprietà del Governo di Aragona, licenza CC BY-NC-SA 4.0. arasaac.org

Di Lisa e della sua diagnosi ho scritto in modo più diretto nel post sulla sindrome ADNP. Qui parto da lì, ma provo ad allargare lo sguardo: cosa succede quando trattiamo ogni segno come un piccolo atto di accesso?


La distanza tra intenzione e comprensione

Quella distanza non è solo fisica. È la distanza tra:

  • chi progetta e chi interpreta
  • chi sa già e chi incontra per la prima volta
  • un contesto tecnico e un contesto umano
  • un’intenzione e una comprensione reale

In mezzo non c’è il vuoto. C’è il problema più interessante: il trasferimento del significato.

!

Intenzione

cosa voglio rendere possibile

Segno

la forma visibile scelta

Contesto

dove e quando appare

?

Interpretazione

il significato ricostruito

Azione

cosa la persona può fare

Il significato non vive in un solo punto: deve attraversare tutta la catena senza perdere chiarezza.

La comunicazione funziona quando questa catena resta leggibile fino alla fine.

Se si rompe in un punto qualsiasi, l’informazione può essere corretta e comunque non arrivare. Può essere elegante e comunque non essere capita. Può essere tecnicamente coerente e comunque fallire nel momento in cui viene letta da una persona diversa da quella per cui era stata immaginata.


Perché le interfacce rendono visibile il problema

Questo succede continuamente nelle interfacce.

Un’icona sembra ovvia a chi l’ha scelta, perché vive dentro una storia: un’abitudine, una cultura visiva, un sistema operativo, un’età, una professione.

Ma quella stessa icona può diventare ambigua per chi non condivide quel retroterra.

Il problema non è solo estetico. È cognitivo.

Ogni segno porta con sé un carico. Alcuni segni sono quasi trasparenti: mostrano ciò che intendono. Altri sono convenzioni: funzionano perché le abbiamo imparate. Altri ancora sopravvivono come fossili culturali, continuando a indicare un’azione anche quando l’oggetto da cui derivano è scomparso dall’esperienza quotidiana.

Tipo di segno Come funziona Rischio
Trasparente assomiglia a ciò che indica sembra universale, ma non sempre lo è
Convenzionale funziona perché è stato imparato esclude chi non conosce la convenzione
Fossile culturale deriva da oggetti o abitudini passate perde significato con il cambio generazionale
Contestuale dipende dal punto in cui appare cambia senso se cambia flusso o ambiente

Trasparente

mostra ciò che intende

Convenzionale

funziona perché imparato

Fossile culturale

arriva da oggetti passati

Contestuale

cambia con il flusso

Il floppy disk per salvare. La lente per cercare. Il cestino per eliminare. Il cuore per apprezzare. La campanella per notificare.

Sono segni comodi, finché il loro significato resta condiviso.


Cosa dicono semiotica, AAC e accessibilità

Questa idea ha radici abbastanza solide.

Nella semiotica di Charles Sanders Peirce, il segno non è mai solo una forma: mette in relazione qualcosa che rappresenta, qualcosa a cui rimanda e un’interpretazione. Senza interpretazione, il segno resta incompleto.

Nel mondo dei simboli grafici, lo standard ISO 9186 esiste proprio per testare la comprensibilità: non basta disegnare un pittogramma, bisogna verificare se comunica davvero il messaggio previsto.

Nel campo della CAA, ASHA descrive l’AAC come un insieme di forme di comunicazione che supportano o sostituiscono il linguaggio parlato, da soluzioni a bassa tecnologia come gesti e tabelle di immagini fino ad app e dispositivi con sintesi vocale (AAC in Early Intervention).

ARASAAC, che molte famiglie e professionisti conoscono bene, mette a disposizione migliaia di pittogrammi open source per la Comunicazione Aumentativa e Alternativa (ARASAAC).

Nel design delle interfacce, Nielsen Norman Group ricorda che le icone veramente universali sono rare e che le label testuali aiutano a ridurre l’ambiguità (Icon Usability).

Ma anche le label non sono una soluzione neutra. Portano con sé lingua, cultura, alfabetizzazione, familiarità tecnica. Possono chiarire un’icona per una persona e creare una nuova distanza per un’altra.

E nelle linee guida W3C per l’accessibilità cognitiva, le icone funzionano meglio quando sono familiari, vicine al contenuto che rappresentano e capaci di portare un solo significato principale (Use Icons that Help the User).

In modi diversi, tutte queste fonti dicono la stessa cosa: il significato non è una proprietà privata del segno. È una relazione.


Quando un segno corretto non viene capito

Per anni abbiamo trattato molte interfacce come se il significato fosse incorporato nella forma.

Disegno un simbolo.

Lo metto nel posto giusto.

L’utente capirà.

Ma capire non significa riconoscere una forma. Significa collegare quella forma a un’intenzione, a un’azione, a una conseguenza.

Significa sapere cosa succederà dopo aver premuto, seguito, evitato, scelto.

Il trasferimento può fallire in modi diversi:

Punto fragile Cosa succede
Intenzione poco chiara il sistema sa cosa vuole fare, ma non lo rende evidente
Segno ambiguo la forma permette più interpretazioni
Contesto insufficiente manca l’informazione che rende il segno leggibile
Azione incerta la persona non sa cosa succederà dopo
Conseguenza nascosta il costo dell’errore si scopre troppo tardi

In questo senso, la comunicazione non è la semplice emissione di un messaggio. È una verifica continua di trasferimento.


Domande per capire se il significato arriva

Quando progetto un segno, una label, un bottone o un flusso, le domande più utili non sono solo “si vede?” o “è coerente?”.

Sono domande più scomode:

  • Il significato è arrivato?
  • È arrivato alla persona giusta?
  • È arrivato nel contesto giusto?
  • È arrivato con abbastanza chiarezza da permettere un’azione sicura?
  • Cosa succede se la persona non condivide la mia cultura visiva?
  • Cosa succede se è stanca, di fretta, ansiosa, distratta?

La qualità della comunicazione non sta nel segno isolato. Sta nella sua capacità di reggere il viaggio.


Quando un segno diventa accesso per qualcuno

Queste domande diventano ancora più importanti quando parliamo di accessibilità, neurodivergenza, servizi pubblici, salute, scuola, mobilità, identità digitale, procedure amministrative.

In quei contesti, un segno poco chiaro non è solo un difetto grafico.

Può diventare attrito. Esclusione. Errore. Dipendenza da qualcun altro.

Nella CAA questo è evidente: un pittogramma non è decorazione, non è semplificazione estetica, non è “immagine per bambini”. È un possibile accesso alla comunicazione.

Non basta quindi chiedersi se qualcosa si vede. Bisogna chiedersi se qualcosa si trasferisce.


Dal segno all’azione: un modello semplice

Comunicazione ≈ informazione × contesto × comprensione

Se uno dei fattori tende a zero, il risultato si avvicina a zero.

Un’informazione corretta senza contesto resta fragile. Un contesto ricco senza comprensione resta rumore. Una comprensione parziale può bastare per esplorare, ma non sempre basta per agire in sicurezza.

È lo stesso motivo per cui, quando ho raccontato il logo w@lter, ho finito per parlare più di leggibilità che di estetica. E per cui il tema del sovraccarico cognitivo torna spesso quando ragiono su AI, interfacce e strumenti: capire costa energia.


Il test finale: togliere la nostra esperienza

Un buon sistema di comunicazione non dovrebbe limitarsi a produrre segni belli, coerenti o riconoscibili.

Dovrebbe chiedersi quanto quei segni riescano a mantenere il proprio significato quando cambiano pubblico, cultura, età, abilità cognitive, familiarità tecnologica e contesto d’uso.

Una domanda semplice può aiutare:

Se tolgo la mia esperienza dal centro, questo segno continua a funzionare?

Forse una parte del design contemporaneo deve tornare lì: non alla decorazione dell’informazione, ma alla responsabilità del significato.

Perché tra ciò che volevamo dire e ciò che viene davvero compreso c’è tutto lo spazio del progetto.